Coronavirus e libertà: tutti i pericoli dei decreti

La fine del lockdown lascia alcuni interrogativi sulle misure del governo: rispondono ai principi della Costituzione? Si potevano tentare altre soluzioni? Oppure la chiusura totale è servita a coprire le magagne dello Stato e delle Sanità regionali?

La Costituzione e la libertà somigliano a una tovaglia di pizzo ben conservata da esibire a bella mostra.

Calamandrei ammonì che «una delle più gravi eredità patologiche lasciate dal fascismo all’Italia [fu] quella del discredito delle leggi». Ciò, a giudizio dell’illustre costituente, avvenne per l’abbondare di «leggi fittizie, truccate, meramente figurative, colle quali si industriava di far apparir come vero attraverso l’autorità del legislatore ciò che in realtà tutti sapevano che non era vero e non poteva esserlo».

Piero Calamandrei

Anche Francesco Saverio Nitti invitò a non imitare lo stile fascista nell’esagerare con le promesse e aggiunse che «mai forse come ora il fascismo sovrasta tutta la vita nazionale».

Da anni il discredito dell’attività legislativa ha assunto un’altra forma: la legge prende il posto dei provvedimenti amministrativi e viceversa, a seconda degli opportunismi contingenti.

La vicenda normativa emergenziale del Covid-19 è stata un vero groviglio.

La profilassi praticata dal Governo e dalle Regioni è dovuta avvenire alla cieca, in assenza di diagnosi personali, tolto l’intervento terapeutico dopo sintomi gravi. Ciononostante, le misure restrittive sono state adottate in contemporanea alla dichiarazione di pandemia da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità e una volta dichiarato lo stato di emergenza nazionale.

Ora, rientrano nei trattamenti sanitari obbligatori le malattie infettive e diffusive, per le quali esista l’obbligo di visite mediche preventive, di vaccinazioni a scopo profilattico, di cura attuata mediante l’isolamento domiciliare, di ricovero in reparti ospedalieri, nonché l’applicazione delle misure previste per le malattie infettive quarantenarie e gli interventi contro le epidemie e le epizoozie.

Francesco Saverio Nitti

Queste misure di profilassi, se a carattere internazionale, sono di competenza dello Stato (art. 117, comma 2 lettera q, Cost.), e soggette alla riserva di legge (articoli 32 Cost. e 33 della legge 833 del 1978).

L’Italia ha, dunque, vissuto due mesi di trattamento sanitario obbligatorio quarantenario per la profilassi da Covid-19. I decreti legge si sono rincorsi con i decreti del presidente del consiglio dei ministri, fino a raggiungere migliaia di pagine.

Le limitazioni delle libertà fondamentali che abbiamo subito come cittadini, sono tutte dovute a misure sanitarie. Detto altrimenti: non siamo stati chiusi per ragioni di sicurezza o di ordine pubblico, ma sanitarie. Tuttavia, le misure restrittive richiedevano la legge per definire quei «casi speciali in cui, per ragioni superiori riguardanti l’interesse stesso della sanità collettiva, la legge possa […] imporre determinate pratiche sanitarie», per citare l’intervento di Umberto Nobile in Assemblea costituente.

Aldo Moro

Anche Moro affermò «che non possono essere imposte obbligatoriamente ai cittadini pratiche sanitarie, se non vi sia una disposizione legislativa, impedendo, per conseguenza, che disposizioni del genere possano essere prese dalle autorità senza l’intervento della legge» e, comunque, «entro quei determinati limiti di rispetto della dignità umana».

Le considerazioni di Moro e di Nobili sono oggi il disposto dell’art. 32 cost.

Resta da capire se le misure passive della quarantena universale e permanente, a cui gli italiani sono stati costretti, rispondono ai princìpi della Carta fondamentale; se poteva farsi altro – come pure in alcune Regioni s’è fatto – per rendere proporzionate e ragionevoli le misure restrittive; se il lockdown è stata la scorciatoia più comoda per coprire la limitata capacità dello Stato e dei servizi sanitari regionali di fronteggiare con altre misure l’emergenza sanitaria.

Un fatto appare certo. I moniti di Calamandrei e Nitti sono ancora disattesi. Il «vero» e la «temperanza» non caratterizzano la produzione legislativa.

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