Coronavirus e crisi: si va alla svolta autoritaria?

L’Ungheria ha dato l’esempio coi poteri pieni, anzi pienissimi, che Viktor Orban ha invocato e ottenuto. Ma l’accentramento presidenziale, di cui gli Usa hanno fornito un esempio durante la presidenza Buh, può rivelarsi un boomerang micidiale. Per uscire dall’emergenza occorre di sicuro “più Stato”, specie in Italia, ma anche molta solidarietà europea…

Le emergenze fanno invocare poteri speciali. Tra i governi (e, quindi, tra i popoli) si diffonde l’idea che ad emergenza si risponde con emergenza. E si innesca una spirale che non ha limiti.

A un certo punto si volta lo sguardo e ci si accorge di avere iniziato un percorso difficile da arrestare.

L’art. 2 della Costituzione degli Stati Uniti d’America investe del potere esecutivo «un Presidente…».

La norma suscita da oltre un secolo un intenso dibattito politico e giuridico che si ripropone a cicli presidenziali e socioeconomici alterni.

Geroge W. Bush

La questione è riassunta nell’espressione Unitary executive Theory, ossia la teoria dell’esecutivo unitario. Le differenti ricostruzioni delle funzioni del potere esecutivo sono incentrate sul concetto di unicità inteso come unitarietà.

La domanda è: uno è il Presidente o uno è il potere esecutivo? Nella prima risposta c’è un potere esecutivo che si disarticola in poteri semi-legislativi e semi-giudiziari che sono divincolati dall’investitura presidenziale. Nella seconda, tutte le funzioni del potere esecutivo rientrano nell’investitura del presidente senza alcuna sottrazione.

La teoria dell’esecutivo unitario è stata attuata nella sua declinazione forte in quelle presidenze che si sono caratterizzate per la compressione anche dei più elementari diritti di libertà.

Con l’amministrazione Bush, dopo l’attentato alle torri gemelle, la teoria dell’esecutivo unitario ha consentito la guerra in Afghanistan nel 2001, la costituzione del Dipartimento di Difesa Nazionale nel 2002, il campo di prigionia di Guantanamo, la guerra in Iraq nel 2003, interrogatori e torture in violazione dei diritti umani e delle garanzia di difesa, la rimozione di posizioni di vertice dell’esecutivo come il segretario del Tesoro Paul O’Neil e il capo consigliere economico Larry Lindsay, le detenzioni sommarie senza l’autorizzazione del Congresso, decine di migliaia di corrispondenze secretate e distrutte, oltre 4500 soldati americani morti e 32000 feriti, un’impennata del 31% di suicidi tra gli appartenenti all’esercito e più di 600000 civili iracheni deceduti per la guerra.

Molti osservatori hanno rilevato i gravissimi errori delle decisioni consentite dalla teoria dell’esecutivo unitario.

Succede anche nelle migliori democrazie liberali.

Il pendolo della storia, vuoi per la crisi economica, vuoi per l’emergenza sanitaria, ritorna nella direzione dell’esecutivo forte.

L’approdo c’è anche in Europa. La prima a cogliere l’occasione propizia è l’Ungheria che ha adottato la teoria del potere unico, ben oltre l’esecutivo unitario.

Il germe si espande e si trasfigura in proposte che propugnano la riaffermazione dello Stato versus le autonomie regionali, per addebitare le insipienze e i limiti della gestione dell’emergenza nell’eccesso o nell’abuso di queste ultime.

In Italia la carenza di Stato ha la sua genesi nel conflitto di interessi di molte forze politiche che hanno colposamente disatteso l’attuazione dei poteri dello Stato per consentire un’eccesiva espansione di fatto dei poteri di alcune autonomie.

Dunque, con un Parlamento sempre meno rappresentativo ed un Governo attento ad alcuni territori e disattento ad altri, un Potere giudiziario sussidiario e, perciò, inadeguato nel suo nuovo ruolo di baluardo della democrazia, uno Stato sovraindebitato, alcune regioni che hanno fatto incetta di risorse pubbliche e private e altre in totale degrado, dinanzi alla pandemia si riesuma il morto e come Lazzaro si pretende che d’improvviso si alzi e cammini.

Viktor Orban

Ciò si può spiegare con l’emotività del momento o con il tentativo di un cinico progetto che dalle macerie morali persegue la riaffermazione di un potere illimitato, sebbene transitorio.

Qualunque sia la spiegazione, la storia è maestra e ammonisce tutti a stare alla larga da queste tentazioni.

In queste fasi di economy of livelihood occorre un’opinione pubblica lucida e lungimirante.

L’istanza più Stato richiede che le norme costituzionali – esistenti – a presidio dell’eguaglianza dei cittadini di tutto il Paese siano adeguatamente attuate. Già questo avrebbe evitato molte delle incongruenze alle quali assistiamo in questa emergenza.

Più Stato richiede che il prelievo fiscale sia progressivo e perequativo, perché l’emergenza lo ha dimostrato, non è vero che si sta meglio se le ricchezze sono mal distribuite.

Più Stato significa che le autonomie abbiano una propria camera rappresentativa nazionale nella quale si realizza una sintesi democratica che avvicini le differenze del Paese.

Più Stato chiede una maggiore coesione europea, l’unica via istituzionale per disinnescare derive autoritarie e poteri unitari.

Il tutto si riassume in una keyword: leale collaborazione, la grande assente di questi decenni. La risposta europea è incompatibile con quella dello Stato forte. Essa richiede una distribuzione coordinata dei poteri nelle sedi più congrue e più prossime ai destinatari.

Alla depressione che coinvolgerà il mondo si risponde con più sinergia e solidarietà istituzionale: chi fa da sé non fa per tre.

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