Dal socialismo e dal cattolicesimo una speranza per il futuro

La pandemia ha evidenziato i limiti del liberismo economico. Per riformare le istituzioni con giustizia ed equità occorre riprendere la grande lezione del cattolicesimo politico e del socialismo liberale, che fornì grandi spunti alle migliori classi dirigenti italiane

C’è voluta, la pandemia, una tragedia dell’umanità, per mettere a nudo la falsità della metafora della mano invisibile. E questa tragedia ci ha costretti a prendere atto che l’individualismo sfrenato, che sfocia nel solipsismo, mette in secondo piano, abbandona addirittura, le situazioni di bisogno. Queste sono retrocesse anche dinanzi alla domanda esistenziale fondamentale: chi deve sopravvivere?

È necessario riprogettare il futuro muovendo da alcuni dati innegabili.

Intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale determina un abbattimento del costo del lavoro che supera le delocalizzazioni a favore della internalizzazione.

Nei servizi la rete mondiale delle connessioni consente di acquisire le migliori intelligenze lì dove sono senza soffrire più gli ostacoli linguistici, superati dalle traduzioni automatizzate.

Le attività della intermediazione economica lasciano il campo al rapporto diretto tra la produzione e la domanda con una mutevole polarizzazione delle forze.

L’esigenza della salute regionalizza gli attuali assetti istituzionali, diventa una precondizione e accentua la sua funzione social-preventiva rispetto all’altra personal-curativa.

Il debito diminuisce il suo significato limitativo delle libertà comportamentali per accrescerne quello fiduciario delle azioni socialmente responsabili.

Nei mercati crescono i contenuti regolativi rispetto alle istanze libertarie (e liberiste).

Il mondo del lavoro richiede sempre più risorse e capacità immateriali e sempre meno dimensioni fisiche.

Vittorino Veronesi

Da questa trasformazione di sistema non si tornerà indietro. Le istituzioni, purtroppo, segnano il passo, danno risposte tardive e spesso inadeguate, non si appropriano degli strumenti della modernità, non percepiscono le potenzialità delle comunità e si avviano sul viale di una orgogliosa decadenza morale e culturale.

Il 18 luglio 1943 un gruppo di studiosi si riunì a Camaldoli e la lettera di invito firmata da Vittorino Veronesi pose a base dei lavori il Codice di Malines, un documento redatto nel 1927, quale fondamento della dottrina sociale del cattolicesimo. Il 19 luglio gli americani bombardarono Roma. Il 25 luglio alle 2,30 fu approvato l’ordine del giorno Grandi col quale il Gran Consiglio sfiduciò Mussolini. L’8 settembre fu firmato l’armistizio Badoglio.

Furono convocati a Camaldoli e dibatterono, sino al 24 luglio, Adriano Bernareggi, arcivescovo, docente di diritto ecclesiastico; Vittorino Veronese, segretario generale dell’Istituto cattolico attività sociali; Sergio Paronetto, economista; Pasquale Saraceno, economista; Ezio Vanoni, economista e tributarista; Mario Ferrari Aggradi, economista; Guido Gonella, giornalista; Giuseppe Capograssi, docente di filosofia del diritto a Napoli; Gesualdo Nosengo, educatore e pedagogista; Ferruccio Pergolesi, docente di diritto costituzionale a Bologna; Paolo Emilio Taviani, docente di demografia a Genova; Vittore Branca, filologo e critico letterario; Giorgio La Pira, docente di diritto romano a Firenze; Aldo Moro, giurista; Giulio Andreotti, giornalista; Giuseppe Medici, docente di economia e di politica agraria a Torino. Nei giorni dal 18 al 24 luglio si posero le fondamenta dei lavori per quella che sarà l’Assemblea costituente della Repubblica italiana.

Giorgio La Pira

Tutti questi studiosi sentirono l’urgenza di una rifondazione. Dopo gli anni catastrofici della guerra e il ventennio nel quale lo Stato liberale aveva rivestito il corpo di un potere autoritario e dirigista e piegato la sua essenza ad una missione illiberale, con l’occupazione di tutti gli spazi sociali (e si era dunque trasfigurato fino a diventare un’altra cosa), si avvertì la necessità inderogabile di ridare respiro alla dimensione sociale della coesistenza umana.

Quel germe disseminato dai socialismi europei e dalla Rerum novarum ebbe i suoi germogli nelle collaborazioni giolittiane, da cui sorsero le riforme sociali, le nazionalizzazioni, il suffragio universale maschile, la gestione comunale dei servizi pubblici locali, la promozione delle grandi organizzazioni sindacali e partitiche, la valorizzazione della lira e il risanamento del bilancio pubblico contestuale ad un massivo intervento statale in economia. Seguìrono il Codice di Malines e la Quadragesimo anno e, con esse, si pose l’avvio di nuovi fondamenti istituzionali.

Giovanni Giolitti

Il filo rosso della storia del socialismo liberale è riemerso nei lavori dell’assemblea costituente della Repubblica Italiana, ove esso fu nobile sintesi tra l’atomismo e l’organicismo.

Il tempo attuale, nel porre l’umanità dinanzi alla sofferenza e alla finitezza dell’uomo richiede all’idea socialista di governare la inevitabile strambata nella direzione conforme ai valori sociali della persona.

Occorre avviare una profonda fase di elaborazione del pensiero in un convivio mondiale del socialismo liberale che sappia progettare il futuro oltre le macerie del presente.

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