Liberismo vs Welfare: nodi dell’Ue vengono al pettine

L’emergenza sanitaria ha portato alle estreme conseguenze le contraddizioni interne all’Unione Europea: le politiche liberiste hanno svuotato i diritti civili perché incapaci di assicurare la prima libertà, quella dal bisogno

Non è facile per un’europeista convinta tracciare un sintetico di una integrazione europea che ha tradito sé stessa nel nome del liberismo economico.

Tuttavia, in questo momento di profonda e inimmaginabile crisi, non solo europea ma addirittura mondiale, si rende necessario tentare di individuare i risultati conseguiti nell’integrazione tra gli Stati membri a livello di garanzia dei diritti sociali, economici e del lavoro.

Le libertà fondamentali

Parlare delle libertà richiede un particolare sforzo di sintesi. Ma va subito rilevato che tra le politiche dell’Unione Europea ce ne sono alcune che hanno conseguito uno sviluppo particolare e hanno garantito un risultato di integrazione per così dire sociale ed economica. Ci si riferisce alle politiche – rientranti fra le libertà fondamentali sancite fin dalla nascita della Comunità economica europea – della libera circolazione delle persone e dei servizi, della libertà di stabilimento e della libertà di circolazione delle merci conseguente all’abbattimento delle barriere doganali e dei relativi dazi all’interno del territorio dell’Ue.

Oltre alla libera circolazione delle persone, in particolare dei lavoratori subordinati ed autonomi, va ricordata la politica portante dell’Unione Europea: la libera concorrenza (espressa anche col divieto di aiuti di Stato, tranne per le specifiche eccezioni previste nel Trattato stesso) ispirata a un principio di liberismo economico sulla base del quale si è ritenuto di raggiungere il risultato di un mercato, variamente definito comune, unico o interno tra gli Stati membri.

Il lavoro

In quest’ottica liberista, il lavoro che è in sé stesso un valore, viene inteso riduttivamente come una voce di costo da contenere ai livelli più bassi perché sia funzionale alle esigenze della competitività.

Proprio questa lettura ha determinato la delocalizzazione dell’attività produttiva delle imprese in Stati dove più basso è il costo del lavoro, facendo salva la possibilità di vendere le merci prodotte senza dazi doganali in ogni altro Stato membro dell’Unione europea.

Se le cose stanno così, non è un caso che nella giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea in materia di lavoro siano emersi orientamenti e principi sicuramente meritori: la parità di retribuzione per pari quantità e qualità di lavoro tra uomo e donna; la protezione, anche in termini sociali, delle attività lavorative particolarmente disagevoli e usuranti più vari orientamenti e principi nella protezione del lavoro minorile in termini di divieto o in termini di maggiori tutele. E così via.

Ma è altrettanto vero che nella vastissima giurisprudenza in materia della Corte di giustizia non è dato rinvenire neanche una sentenza che statuisca in modo chiaro quale debba essere il limite minimo della retribuzione del lavoratore affinché lui e la sua famiglia possano vivere una vita sufficiente e dignitosa.

Dopo settant’anni, abbiamo a che fare con una Unione Europea lontana dai lavoratori, lontana dalle vere istanze e dalle necessità degli individui intesi come persone; lontana, in altri termini, da ogni connotazione di socialità.

Da qui le espressioni correnti che non sono slogan vuoti di contenuto: Europa dei banchieri o Europa dei mercanti del meccanismo europeo di stabilità e del fiscal compact, quest’ultimointrodotto, peraltro, con un accordo tra stati estraneo al quadro istituzionale complessivo della stessa Ue.

La moneta unica e il pareggio di bilancio

Le considerazioni che precedono introducono qualche ulteriore riflessione sull’euro inteso come moneta unica. Ma la definizione non è del tutto esatta, perché l’euro è soprattutto un rapporto fisso di cambio che ha privato ogni Stato membro dell’Ue che partecipa a questa politica finanziaria della sovranità monetaria. Tutto questo ha una conseguenza importante: le sovranità monetarie degli Stati non sono state riversate in una diversa sovranità che dovrebbe essere invece l’espressione di una politica riconducibile alla potestà di uno Stato.

Tutto ciò è stato riversato nelle competenze di una società privata, come tale politicamente irresponsabile: la Banca centrale europea di Francoforte, la quale, fuori da ogni controllo politico, emette moneta e la presta agli Stati richiedendo il pagamento di interessi. È appena il caso di ricordare che uno Stato che emette la propria moneta non è tenuto a pagare interessi a sé stesso.

Non è senza significato, d’altra parte, che le banconote stampate e diffuse dalla Bce non portano la dicitura pagabile a vista al portatore ovvero l’avvertenza, tipica delle monete nazionali, secondo cui la legge punisce gli stampatori e gli spacciatori di moneta falsa.

La necessità di mantenere il rapporto fisso di cambio rappresentato dall’euro ha comportato limiti all’economia degli Stati dell’eurozona costituiti dal rapporto tra prodotto interno lordo e debito pubblico, ovvero il limite dello sforamento di bilancio.

Le conseguenze di questa scelta sono sotto gli occhi di tutti: le politiche di austerità per le quali hanno sofferto e soffrono i lavoratori dipendenti e autonomi, che hanno provocato la presente (e perdurante) crisi occupazionale, aggravata in questi giorni dalle conseguenze delle misure per il contenimento del coronavirus.

Per mantenere in vita questo rapporto fisso di cambio in Italia si è giunti al punto di introdurre nella Carta costituzionale il cosiddetto pareggio di bilancio. Col risultato lo Stato si è privato da sé della possibilità di optare per diverse politiche economiche (peraltro già precluse dalla normativa comunitaria in conseguenza delle sue scelte liberiste): ad esempio l’uso del debito per lo sviluppo di keynesiana memoria, nonostante che sia di evidente percezione che lo sviluppo consegue necessariamente agli investimenti.

Il liberismo economico

La scelta di economia liberista ha portato l’Unione Europea a fare ben poco per la realizzazione effettiva dei diritti sociali, economici e del lavoro. Anzi, in un’ottica neoliberista, la disoccupazione serve a tenere bassi i salari con conseguente aumento dei profitti.

Dunque, l’Unione europea pur proclamando diritti e libertà fondamentali, diritti civili e politici, ha fatto davvero poco per garantire i diritti sociali. In tal modo ha svuotato di significato i diritti civili. Infatti, questi ultimi diventano enunciazioni vuote e prive di incidenza effettiva nella vita politica dello Stato (o delle organizzazioni internazionali di cui questo è membro) se non si assicura prima la libertà primordiale che è la libertà del bisogno e dunque l’effettiva garanzia di diritti sociali ed economici.

Per concludere: da un lato vi è lo Stato liberale che tutela diritti e libertà politiche ininfluenti rispetto alle esigenze quotidiane della persona, d’altro lato vi è una politica di liberismo economico che si snoda attraverso la politica della concorrenza che diventa competitività spietata. L’ostinato perseguimento di una politica di austerità che ha provocato e provoca disoccupazione e sofferenze sociali chiude questo triangolo tragico.

Adesso l’Unione Europea si trova ad una svolta: i nodi son tutti venuti al pettine e nei prossimi giorni sapremo se gli Stati membri preferiranno far prevalere gli egoismi nazionali o quei principi di solidarietà su cui si basa l’integrazione europea.

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