L’Europa alla prova del Coronavirus

O si cambia o si muore: l’emergenza sanitaria ha ribadito che l’Ue non può restare in mezzo al guado ma deve completare il processo di integrazione a livello politico per poter affrontare al meglio crisi così gravi

Da molto tempo, e a giusto titolo, l’Unione Europea è bersaglio di critiche e pregiudizi, il dibattito pubblico è dominato da toni euroscettici e certamente non è questa l’Ue che si erano prefigurata i Padri fondatori quando avviarono il processo di integrazione economica (e politica) europea: una Unione in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale e oggi, alla prova coronavirus, più disorientata e disunita che mai.

Molti dei suoi problemi sono stati determinati da una globalizzazione incontrollata e dal divario economico globale che essa ha accentuato in alcune parti del mondo (strangolate da un sistema economico che le tiene sotto scacco con il ricatto del debito).

La sede della Banca centrale europea

La più immediata conclusione è dunque riconducibile ad una semplice ma suggestiva constatazione: la globalizzazione ha generato più divisione e povertà che inclusione e ricchezza.

Dunque: è vero che la globalizzazione ha prodotto una maggior semplicità degli scambi sotto il profilo economico, finanziario, commerciale e della comunicazione. Tuttavia, non ha determinato un avvicinamento delle identità culturali dei popoli i quali, proprio per via degli effetti distorsivi della globalizzazione esclusivamente materiale, reagiscono erigendo muri e accentuando le divisioni culturali.

Inoltre, non sono da sottovalutare due esiti perversi della disastrosa china neoliberista assunta dalla globalizzazione.

Il primo: le società attuali non sono più direttamente riconducibili al modello politico in cui le decisioni venivano assunte dagli Stati attraverso l’uso di strumenti politici, ma sono asservite a modelli economico-finanziari e a organizzazioni internazionali che neanche indirettamente si rendono espressione delle istanze dei cittadini.

Secondo esito: si assiste alla emersione di spinte nazionaliste nell’illusione che queste possano affermare esigenze collettive e individuali in una sorta di contrapposizione fra spazio pubblico globale e spazio pubblico locale.

In tale contesto si assiste ad una contesa di sovranità fra enti variamente legittimati ad esercitarla e Stati che tentano di (ri)acquisire spazi di manovra per l’esercizio di funzioni sovrane rivendicando, a torto o a ragione, un diritto alla piena autodeterminazione.

Questo fenomeno, presente a tutte le latitudini, è riscontrabile anche all’interno dell’Unione Europea e investe il processo mai compiutamente realizzato di integrazione (politica) che affonda le sue radici proprio nella lotta verso i nazionalismi.

La sede del Parlamento europeo a Strasburgo

E purtroppo c’è da dire che negli ultimi anni l’Ue ha sostanzialmente tradito la sua vocazione originaria e, da progetto politico diretto a garantire pace e stabilità, è diventato un progetto quasi del tutto finanziario-monetario.

È bene ricordare però che l’Unione Europea non nasce come un progetto neoliberista basato esclusivamente sul mercato e, nella prospettiva di un’Europa politica e democratica. Perciò, se l’Unione Europea non vuole rischiare di farsi travolgere da una globalizzazione funzionale esclusivamente alle esigenze della finanza internazionale, deve recuperare la sua dimensione e la sua vocazione sociale nei rapporti economico-politici.

Certo, è improbabile che l’Unione Europea crolli definitivamente sotto il peso del suo autolesionismo, ma è necessario che essa superi la sostanziale inerzia in cui si trova da anni e decida di adattare il suo ordinamento alle esigenze imposte dall’attuale momento storico. In particolare, a quelle dettate dalle emergenze del temibile virus globale.

Benché le vicende restituite dalle cronache più recenti depongano contro ogni previsione di maggior integrazione fra gli Stati membri, resta evidente che solo con la realizzazione di un maggior livello di unione politica, che superi gli egoismi delle entità nazionali, gli Stati membri potranno realizzare una forma più compiuta di questa esperienza giuridica e politica che è l’Ue.

Non basta avere avviato il processo; si deve anche avere il coraggio di realizzare del tutto l’integrazione. Solo così L’Unione Europea traghetterà gli Stati membri da una dimensione nazionale tuttora chiusa verso un cosmopolitismo civile e culturale che vada ben oltre le crude logiche del mercato e del consumismo fine a sé stesso.

La questione dunque non va posta in termini di recesso dall’Unione Europea o di asserito sovranismo o nazionalismo: l’interconnessione fra gli Stati è un fatto indiscutibile (e neppure nuovo) ed è impensabile che uno Stato, qualunque Stato, si rinchiuda in una torre d’avorio cercando di vivere scollegato dal resto del mondo.

Le bandiere dell’Unione Europea

Allo stesso modo, è impensabile o comunque inauspicabile una dissoluzione dell’Ue. Tuttavia, se davvero le cose stanno così, occorre riagganciarsi alla narrazione politica iniziale che ha costituito il fondamento di legittimità del processo di integrazione europea.

Questa narrazione, giova ribadirlo ancora, era un ideale politico e non solamente economico. Quello economico doveva essere lo strumento per avviare l’integrazione politica e, perché quest’ultima si realizzi, occorre che questa recuperi la sua dimensione e la sua vocazione sociale nei rapporti economico-politici: soltanto così si può attuare un’inversione di tendenza nel quadro della attuale involuzione del progetto europeo.

Altre sono le priorità in questo momento: con il patto di stabilità e crescita (per fortuna) sospeso e con la sostanziale sospensione di Schengen, di fatto l’Unione Europea è costretta a fare i conti con sé stessa, con il suo malfunzionamento e con la sua fragilità.

L’attuale emergenza sanitaria può essere un’occasione per approfondire il processo di integrazione e per orientare il metodo decisionale verso metodi più democratici.

Si spera, passata la tempesta, che gli Stati membri decidano definitivamente di essere uniti. In mancanza di una decisione in tal senso, l’Unione Europea resterà il lontano, incompiuto ricordo dei suoi Padri fondatori.

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