Il Welfare? Non è più un affare di Stato…

Le riforme della socialdemocrazia europea si sono basate a lungo sullo Stato nazionale. Le attuali trasformazioni istituzionali, accelerate e aggravate dalla crisi economica hanno spinto all’obsolescenza la dimensione statuale e, con essa, le tutele sociali realizzate nel XX secolo. Le risposte possibili del socialismo liberale

L’elemento più caratterizzante della socialdemocrazia europea è, storicamente, lo Stato sociale. Fu concepito in Germania ed esteso in vari modi e tempi a tutta Europa come frutto maturo della cultura socialdemocratica.

Il Welfare State fu un fattore di stabilizzazione sociale e un redistributore di ricchezze che contribuì a rendere effettiva l’abbreviazione delle differenze sociali o, quantomeno, a renderle tollerabili.

Questo processo avvenne in un quadro politico-istituzionale caratterizzato dagli Stati-nazione, i quali nella loro sovranità pressoché piena decidevano la conformazione dello sviluppo socio-economico del Paese.

Lo Stato-nazione diventava al contempo imprenditore, in misure variabili, ma comunque imprenditore.

Era una tra le possibili attuazioni di quella che oggi è sancita nel Trattato dell’Unione Europea come economia sociale di mercato. L’aggettivo (o sostantivo) sociale era attuato dallo Stato.

Il primo colpo alla socialdemocrazia fu assestato quando il neoliberismo additò lo Stato-imprenditore come spendaccione, incapace e corrotto. L’imprenditoria privata rivendicò a sé un ruolo egemone e teorizzò che un mercato o è competitivo o non è, dunque, che le istanze sociali dello Stato-imprenditore non erano compatibili con l’economicità dell’impresa.

Purtroppo buona parte del mondo socialdemocratico se ne persuase e contribuì a disarticolare l’apparato imprenditoriale dello Stato avviando le cosiddette liberalizzazioni.

Il sopravanzare dell’economia privata su quella mista ebbe la sua fase decisiva con l’apertura mondiale dei mercati. Ciò comportò il definitivo declino dello Stato sociale come formula stabilizzatrice ed equilibratrice, ma non delle istanze di cui esso s’era reso artefice.

Tuttavia il fenomeno descritto s’è svolto a quadro istituzionale invariato, cioè senza l’apporto di modifiche alla Costituzione.

Infatti, l’impianto primario costituzionale repubblicano conservava e conserva l’utilità sociale dell’iniziativa economica come valore che dà forza alla tutela della persona; mentre l’impianto dell’Unione europea subiva una piegatura che introdusse la dimensione sociale a fianco delle libertà di circolazione nel mercato, addirittura avvertendo l’esigenza di munirsi di una costituzione europea.

Si è determinato un «piano di faglia» tra due blocchi, quello economico e quello istituzionale, il cui sfregamento (i geologi direbbero terremoto) ha generato un attrito che ha prodotto danni sociali significativi per le fasce non protette. Le istituzioni hanno subìto lo scivolamento dei piani senza dotarsi di alcun apparato protettivo, anzi, arretrando da ogni postazione per assecondare il ruolo da protagonista degli attori economici.

Nonostante il quadro istituzionale primario sia invariato è accaduto che lo «scivolamento» in avanti dell’economia ha fatto arretrare le istituzioni, a cui è rimasto il ruolo di «guardiane» dei diritti civili, mentre i diritti sociali sono alla mercé del mercato.

L’Unione Europea è diventata baluardo del mercato unico libero e concorrenziale, quindi, dei diritti economici dei cittadini, e ai Paesi membri è rimasto il vessillo dei diritti sociali non più assicurati dagli Stati ma dai mercati.

Ciò ha generato una situazione a geometria variabile, per cui i diritti sociali sono stati assicurati in alcuni Paesi ad economia trainante e con debito sovrano contenuto, negli altri, invece, sono regrediti.

Tuttavia, mano a mano che le economie nazionali hanno subìto gli effetti dell’economia mondiale anche i Paesi virtuosi hanno iniziato a conoscere condizioni di crisi, e con essa hanno avviato al declino i diritti sociali.

Nel fenomeno delle crisi dei diritti sociali entra anche la vicenda del covid-19 che è al contempo una questione di profilassi internazionale e di tutela della persona: una questione di sicurezza e di diritti sociali.

L’esperienza del covid-19 è la dimostrazione di come il governo dell’economia affidato esclusivamente all’economia non è sostenibile e, soprattutto, è un attacco frontale alla persona. Si potrebbe quasi dire che l’attuale assetto istituzionale di stampo liberista è incostituzionale e difforme allo stesso sistema giuridico europeo.

In conseguenza di ciò lo Stato sociale concepito dalla socialdemocrazia non ha più linfa, non è più alimentato dallo Stato-nazione che a sua volta è asfittico, non riesce più ad assicurare neppure le sue funzioni fondamentali e primarie, spesso soffre di crisi finanziarie endemiche.

Lo Stato sociale è fallito o in grave crisi, comunque destinato a scomparire, e con esso la socialdemocrazia europea. Basta osservare le politiche sulle pensioni, sull’accesso al lavoro o sui diritti sociosanitari per rendersi conto di come lo Stato sia sempre più costretto a scegliere se assicurare le une o le altre.

Ecco la crisi del socialismo!

Questa è la crisi di quel socialismo che adottò uno dei modelli sociali possibili per perseguire l’economia sociale di mercato e la tutela della persona.

Tutto questo dimostra la necessità di mettere un argine all’autogoverno dell’economia; lo impone la condizione socioeconomica europea ma, soprattutto, quel quadro istituzionale primario ancora invariato.

Questo argine può continuare a chiamarsi socialismo a condizione che in esso affiori il tema del modello produttivo a tutela della persona. Cioè a condizione che si individui un altro modello di realizzazione dei valori sociali rispondente al quadro istituzionale primario (Costituzione repubblicana e Trattato dell’Unione europea).

Rebus sic stantibus una proposta è il liberalsocialismo.

Con esso si vuole dire, per intanto, che non è sufficiente invocare una nuova stagione di investimenti pubblici infrastrutturali, di per sé indispensabili per risalire la china dell’insicurezza sociale. Queste misure, utili per fronteggiare i cicli avversi dell’economia, non risulteranno sistemiche e, quindi, da sole non ripristineranno una condizione di sviluppo sostenibile, cioè equilibrato.

Occorre altro. Occorre che allo Stato-nazione (da non confondere con il concetto di Stato), già in crisi per molteplici ragioni e non in condizioni di reggere al mondialismo, si sostituisca dell’altro, capace di porre in essere un sistema produttivo che sia connaturato all’economia sociale di mercato.

Questo sistema non può che derivare dalla medesima società, in questo senso al benessere di Stato bisognerà sostituire il benessere comunitario.

La Comunità non è la riscoperta di una sintesi identitaria o dell’unione di interessi omogenei e corporativi. Né essa può essere sostitutiva del concetto di Stato. Essa interagisce nello Stato e vuole spingere il sistema nella direzione del ribaltamento del piano dei poteri, dall’attuale dimensione verticale a quella possibile orizzontale.

La dislocazione dei poteri su di un piano orizzontale valorizza il prefisso cum del concetto di comunità poiché consente una rappresentazione dell’esistenza come di co-esistenza, di un essere che agisce insieme e non contro o senza gli altri.

Questo assetto perorato dal concetto di Comunità è oggi praticabile se soltanto si considera che il livello medio di istruzione sociale s’è notevolmente innalzato e che, quindi, esiste una classe dirigente diffusa e non più ristretta.

In passato le ragioni che spinsero ad una democrazia “elitaria” erano dettate dall’istruzione di classe. Erano quantitativamente limitate le persone idonee ad assolvere il ruolo, e la selezione avveniva a mezzo dello status cognitivo. Oggi le condizioni sono molto mutate e il livello medio di istruzione consente ad una più ampia parte sociale un graduale accesso al piano dei poteri.

Soprattutto nell’economia la tecnica ha determinato una forte trasformazione e le qualità professionali del lavoro sono notevolmente innalzate, anzi la stessa impresa è un luogo ove la formazione e l’istruzione hanno assunto una posizione importante. Siamo al punto in cui lo stesso sistema educativo, tanto più se elevato, ha tra gli obiettivi primari la conoscenza utile alla produzione.

Questo fattore culturale è tra le cause che inducono all’insoddisfazione sociale poiché il mancato riconoscimento di ruoli pur in presenza di qualità professionali è ragione del profondo disconoscimento dell’assetto dei poteri.

Si cerca una democrazia deliberativa che coinvolga le competenze lì dove sono e non si accetta più la delega in bianco alla rappresentanza, tanto politiche che sociale o economica.

Questa costatazione deve indurre a rinvenire un differente modello di conferimento dei poteri nella produzione, e non solo.

Chi sa, può e fa!

La Comunità induce innanzitutto a congiungere lavoro e gestione. Ci sono molte imprese ad altissimo apporto professionale ove la dimensione verticale del lavoro subordinato non è più congrua. Ma il lavoro, quale portatore di propri interessi sociali, può essere parte della gestione anche a mezzo della mera rappresentanza di interessi.

Si immagini per un istante se la questione di Taranto fosse stata affidata ad una società per azioni il cui capitale sociale fosse in buona parte di proprietà dei tarantini e dei lavoratori.

Questo assetto di poteri «orizzontale» è ormai costituzionalmente legittimato dalla sussidiarietà orizzontale che ha sdoganato la dimensione privata dai soli interessi egoistici ammettendo che l’autonomia dei privati è capace di realizzare anche interessi generali.

Può, dunque, ritenersi che le autonomie locali, a cui si rivolge la disarticolazione amministrativa dello Stato, non debbano essere soltanto quelle pubbliche della tradizione, ma ad esse si aggiungeranno anche le formazioni sociali private che perseguono l’interesse generale.

Se i privati possono perseguire l’interesse generale e, al contempo, devono perseguire l’utilità sociale dell’iniziativa economica (per come vuole la Costituzione repubblicana), non è da reputare più eccezionale la congiunzione tra lavoro e gestione. Ciò significa – anche – che la proprietà dell’impresa può assumere un ruolo secondario, rivolta questa essenzialmente a riscuotere il prezzo del godimento dei mezzi di produzione affidati all’opera di altri.

L’art. 46 cost. assurge a snodo centrale nel governo dell’economia, per quanto finora del tutto negletto e disatteso anche dalle parti sociali.

Il modello orizzontale o comunitario di gestione trova spazi operativi in ogni settore vitale dell’economia di mercato e non risulta incompatibile con le regole della competizione.

Esso è efficace anche in quegli ambiti ove la dimensione sociale dei diritti esercitati manifesta non poche perplessità verso l’adozione di modelli aziendalistici: su tutti le aziende della salute.

L’innesto di cultura aziendale nella gestione della salute non ha dato sempre buona prova di sé. Anche nelle Regioni virtuose, i risultati di eccellenza sono dati, più che dal sistema regionale, dagli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (irccs), il cui modello gestionale è spesso a carattere sperimentale con forti intersezioni pubblico-private.

Se nel passato storico ogni avvicinamento del lavoro alla gestione (si ricordi le vicende dei contratti associativi agrari) destò forti avversioni della sinistra, proprio in considerazione del rischio di assoggettamento del primo alla seconda, oggi il rapporto culturale è decisamente mutato e non vi sono più valide ragioni per temere che questo avvicinamento non possa essere benefico per il lavoro e, quindi, per la tutela della persona.

Non c’è più da contrapporre una società degli eunuchi alla società dei lottatori, figure retoriche volute dai liberisti, ma una società responsabile ad una selvaggia, una società ordinata ad una del caos.

Quest’ultima contrapposizione riapre una questione fondamentale propria di ogni fase di crisi della storia: l’emersione dell’esigenza imperiosa di ri-coniugare tradizione e innovazione in un patto costituzionale europeo.

Il socialismo liberale europeo dovrà porre con forza la questione delle questioni: l’avvio di un potere costituente europeo.

Ecco, in breve, alcune delle ragioni per un socialismo liberale europeo.

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