Per attraversare quel ponte che porta all’Europa

Unire ciò che è diviso e superare le divisioni passate in nome di un futuro prospero: la mission dell’Unione Europea in un momento storico delicato

Per quanto possa sembrare azzardato, l’accostamento fra l’Unione Europea e l’idea del ponte appare meno strampalato di quel che sembri a un’analisi attenta.

Il ponte è, a livello non solo metaforico, il tramite per eccellenza: congiunge sponde opposte, crea relazioni e interconnessioni, riconduce all’uno ciò che è separato. In quest’ottica, va da sé, l’Unione Europea può esser considerata alla stregua di un ponte che collega ed unifica una pluralità di popoli e di destini.

Di più: l’Ue – straordinario e inedito esempio di aggregazione e di, sia pur incompiuta, integrazione di Stati e di popoli – è il più significativo paradigma in politica del simbolismo del ponte: elemento di necessario collegamento fra Stati per certi versi distinti e distanti ma, nel contempo, talmente vicini da annullare ogni pur inevitabile differenza perché accomunati da un estetismo intellettuale che è l’indice più evidente delle comuni radici europee.

Ancora: se il ponte può esser considerato anche come il simbolo del tempo, allo stesso modo anche l’Ue può esser simbolicamente considerata come un ponte verso il futuro e come l’emblema di una molteplicità di popoli e ordinamenti giuridici solo in apparenza antitetici fra loro ma, nella sostanza, espressione unitaria di un’unica e inimitabile civiltà: quella europea.

Ed è illusorio pensare di rinunciare a questo ponte di collegamento; è illusorio pensare che gli Stati membri dell’Unione Europea possano fare a meno del processo di integrazione. Ed è illusorio immaginare che la logica dell’arroccamento localistico possa prevalere sulla logica delle responsabilità integrazioniste.

È evidente che solo attraverso un’integrazione più forte gli Stati membri potranno realizzare una forma più compiuta dell’esperienza giuridica e politica che è l’Unione europea.

Per restare nella metafora: il ponte non deve essere distrutto, il collegamento non deve essere interrotto ma, al contrario, se ne devono rinforzare le strutture portanti: le istituzioni e il metodo decisionale, che devono essere orientati verso metodi più democratici.

Non basta costruirli, i ponti: si deve anche avere il coraggio di attraversarli per scongiurare il prevalere degli egoismi nazionali sulle responsabilità e le aspirazioni di carattere globale.

E la questione non si pone nei termini di una sorta di denazionalizzazione dei valori avvertiti come fondamentali dalla comunità che vive su un determinato territorio; non si pone nei termini di una delocalizzazione delle Istituzioni statali: si pone, piuttosto, nei termini di una pacifica convivenza tra la dimensione nazionale ed una dimensione globale che non essendo antitetica alla prima non la nega.

In altri termini: come le differenti identità che caratterizzano le due opposte sponde su cui poggia il ponte non vengono meno in virtù dell’esistenza del ponte che le congiunge, allo stesso modo i valori e le identità di ciascuno Stato membro non sono messi in discussione dalla dimensione integrazionista che regola i rapporti fra gli Stati membri.

Il processo di integrazione è ineluttabilmente destinato ad andare avanti e occorre che gli Stati membri decidano di “attraversare” definitivamente il ponte e abbandonino l’approccio emotivo e sentimentale della dimensione nazionale per andare verso e oltre l’attuale struttura dell’Unione Europea.

Il ponte è certamente un simbolo come ricca di simboli è anche l’Unione.

Tuttavia, non basta scegliere dei simboli comuni per fare il popolo europeo e creare una coscienza collettiva e un comune sentire.

Il simbolo – per definizione – è un elemento che appartiene all’inconscio collettivo, è il momento rappresentativo di una storia di movimenti e di idee che hanno segnato un popolo, l’immagine di convinzioni profonde divenute vera e propria ideologia.

Toccherà allora essere alle future generazioni europee la missione di evidenziare ed offrire spontaneamente i simboli, gli emblemi e i vessilli nei quali si potranno orgogliosamente riconoscere i popoli del Vecchio Continente.

Il popolo europeo, per divenire veramente tale, non può e non deve accontentarsi di simboli indotti ma deve recepire i valori della convivenza democratica, del rispetto dei diritti e delle libertà, della tolleranza religiosa e del senso della laicità dello Stato conferendo all’Unione Europea quel consenso sociale di cui essa necessita per consolidarsi e affermarsi come un “ponte” verso il futuro e come simbolo ed esempio di progresso e di civiltà.

Leave a Reply

Your email address will not be published.