Merci sì, persone no. Ultime furbate prima della Brexit

Gli emissari di Sua Maestà britannica propongono una ricetta liberista per la loro uscita dall’Ue. Se queste richieste fossero accolte, l’Europa correrebbe il rischio di subire un fortissimo dumping dal Regno Unito di nuovo pienamente sovrano…

Il 12 febbraio di quest’anno, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che fissa principi chiari ed elementi imprescindibili al mandato negoziale con la Gran Bretagna, in vista dell’approvazione delle linee guida che dovranno essere seguite nel negoziato in queste ore da parte dei 27 paesi rimasti nella Ue.

Il Parlamento europeo a Strasburgo

Sono trascorse poche settimane dal ritiro dei settantatré eurodeputati britannici e l’Europarlamento si fa sentire forte e chiaro dinanzi a una trattativa difficile, sia per il valore degli interessi in gioco sia per la solita furbizia inglese.

Infatti, gli emissari del Regno Unito tentano una politica dei due forni piuttosto ambigua: da una parte mirano a un accordo di libero scambio, quasi omologo al regime attuale, dall’altra cercano di tenere le mani libere su strategie mirate di dumping fiscale, sociale, ambientale e lavorativo nei confronti dell’Unione.

Quest’astuta contraddizione è contenuta nelle recentissime espressioni del premier Boris Johnson, in quelle esplicite e in quelle non dette.

Cominciamo da quelle esplicite, anzitutto sulla libera circolazione delle persone, una delle quattro libertà pilastro dell’Unione e che il Parlamento europeo continua a ritenere il presupposto per un accordo di libero scambio con la Gran Bretagna.

Il premier inglese annuncia una stretta nei visti per chi non sa parlare inglese e non è sufficientemente qualificato e una corsia preferenziale per scienziati, ingegneri e accademici. Un sistema a punti con cui valutare le competenze e dare la precedenza a chi arrivi con un’offerta di lavoro o un incarico accademico.

Boris Johnson

Al contempo, parallelamente all’annuncio di regole severe per gli stranieri, il Regno Unito dimostra indulgenza nei confronti di merci e capitali, aprendo a un processo di deregulation del mercato interno, sul modello caro ai conservatori ultraliberisti.

Questa asimmetria potrebbe far diventare la Gran Bretagna un paradiso fiscale nell’enclave europea.

Avere appena fuori la porta un Paese grande e con il mercato finanziario più sofisticato d’Europa, capace di usare la leva fiscale come strumento di concorrenza e di abbassare le garanzie sui diritti del lavoro e nelle protezioni sociali e ambientali per rendere il proprio mercato più attrattivo per capitali e produzione è un rischio serio e tutt’altro che remoto.

Con questa consapevolezza, il Parlamento europeo nella risoluzione citata pretende dalla Gran Bretagna «parità di condizioni sociali, ambientali, fiscali e in materia di aiuti di Stato e di protezione dei consumatori e del clima’ e persino un ‘allineamento dinamico», cioè un progressivo adeguamento da parte inglese del proprio ordinamento agli standard e alle direttive future dell’Unione, attribuendo alla Corte di giustizia di Lussemburgo la risoluzione delle controversie.

Ma è evidente che si tratta di un dialogo tra sordi. Il Parlamento europeo fa bene a vincolare i negoziatori guidati da Barnier a questi principi ma è chiaro che, a dirla tutta, se il Regno Unito è uscito da quella che riteneva una camicia di forza è proprio per riprendere sovranità (oltre il già ampio regime di opting out precedente) proprio sui temi in cui l’Europarlamento vorrebbe vincolarlo.

L’obiettivo di un accordo zero tariffe, zero quote, mi appare per questo poco perseguibile, stante così le cose.

Le prospettive più che le contingenze sono troppo distanti anche per la natura liberista del governo inglese.

Jeremy Corbyn

Corbyn, pure nella sua ambiguità su molti temi europei, è stato profeta facile e inascoltato in campagna elettorale, quando ha attribuito a Johnson una traiettoria di uscita dall’Ue fondata sulla competizione sleale, sulla detassazione delle imprese, sull’abbassamento della qualità della protezione del lavoro e dell’ambiente e, soprattutto, mediante un vasto programma di privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali americane. I documenti ufficiali resi pubblici da Corbyn sulla svendita del National Healthcare System ne sono la prova più plateale.

Nessun negoziato facile, dunque. Ma, se si abbandona l’utopia, un sano realismo politico può guidare le prossime mosse del contraente europeo.

Un’ipotesi praticabile potrebbe esserci e richiama il Ceta (il trattato Ue-Canada), arrivato dopo dieci anni di estenuanti trattative: questo accordo, lungi dall’essere perfetto in molti settori, è forse il modello cui ambisce il Regno Unito e, probabilmente, l’esito delle trattative in corso. Al riguardo, confidiamo in un quadro di regole chiare e utili all’Unione.

Le analogie tra il Ceta e un potenziale trattato Ue-Gb sono evidenti, ma le differenze non sono poche. È vero che il Ceta azzera i dazi sul 98 per cento dei prodotti ma è altrettanto vero che il volume dell’export canadese diretto in Europa è solo il 10 per cento del totale export e vale in tutto circa 60 miliardi di euro, di cui un quinto per i servizi. L’export inglese verso la Ue vale invece quasi 350 miliardi di euro, di cui oltre 100 per i servizi e copre più di metà di tutte le sue esportazioni.

La City di Londra, tempio della finanza mondiale

Sono cifre enormi, che non possono consentire vuoti normativi o ambiguità nei meccanismi di risoluzione delle controversie.

Il pericolo che si giunga a un “no deal” proprio a causa della selva di problemi in campo e di una distanza nell’approccio risolutivo non è peregrino ma sarebbe drammatico.

Comporterebbe infatti l’applicazione dello standard Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), con quote e tariffe tra le due sponde della Manica e una enorme penalizzazione per i prodotti inglesi, per i servizi finanziari, per le politiche energetiche e per le dogane, a cominciare da quella irlandese.

Soprattutto, sarebbero colpiti i 3,5 milioni di cittadini comunitari residenti nel Regno Unito e il milione e duecentomila di cittadini britannici che risiede nell’Unione Europea.

Una mole di questioni, al netto del tema della politica estera e del rapporto con gli Usa.

Una special relationship troppo speciale della Gran Bretagna con gli Stati Uniti che reazione produrrebbe nel continente unito? A cominciare da scelte concrete come le sanzioni all’Iran e alla Siria?

È una di quelle fasi in cui serve la Politica migliore, quella dotata di fermezza e mediazione, lungimiranza e capacità di coniugare interessi divergenti ma tanto rilevanti per i destini del mondo.

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