Pensare la complessità, un’antica via comunitaria al socialismo

Il nazionalismo è una dottrina semplice, che mira a ridurre la realtà a pochi principi. Il pluralismo, al contrario, è tipico delle democrazie: è un pensiero laico e inclusivo che genera identità complesse. Nella visione plurale ritorna l’eredità più viva del pensiero greco

«Di quanti Romani furono, Bruto apparve certo il più nobile. Tutti gli altri cospiratori s’indussero per invidia ad uccider Cesare, mentre ei puro immischiossi in quell’empia congiura, e puro ei solo e incontaminato ne uscì. La vita che ebbe, scorse limpida e tranquilla come l’onda di un ruscello che annaffia l’erbe e i fiori; e gli elementi dell’esser suo furono sì industriosamente armonizzati, che la natura potrebbe gridare all’universo: Questi era un uomo!»[1].

Prima di suicidarsi per mano di Stratone che gli resse la spada sulla quale si gettò, Bruto disse:

«Br. Fuggi; ti seguirò, Stratone, te ne scongiuro, rimanti al mio fianco: tu nel sentiero della vita stampasti orme onorate; or non vorrai imprimerne una d’amore in questo petto? Impugna questa spada, e rivolgi altrove il volto per un istante.

Strat. Prima porgetemi la destra… e addio… per sempre addio!

Br. Addio, fido amico; vivi felice la vita che ti avanza. Cesare, ora sii pago… La tua morte mi fa più assai dolorosa di questa»[2]

L’omicidio di Cesare in un’opera di Karl Theodor von Piloty

È il noto dilemma su Bruto che distingue Shakespeare dall’Alighieri, il quale pone Bruto e Cassio nel girone dell’Inferno ove sono collocati i traditori dei benefattori.

Perché Shakespeare è più indulgente? Perché vede in Bruto un animo sincero, non lo accomuna agli altri cospiratori mossi dall’invidia nei confronti di Cesare ma dall’intento di salvare la Roma repubblicana dall’incipiente monarchia assoluta. Comprende il gesto omicida di Bruto per l’amore di questi verso la verità e la giustizia della democrazia.

È il dilemma di sempre tra le due culture del mondo, quella greca fiondata sul mito, sulla narrazione, e quella giudaico-cristiana fondata sul rito e sulla forma; la complessità e la semplificazione, ove la democrazia è narrazione plurale e il dispotismo è narrazione monista.

Perché il socialismo è declinante? Perché i giovani non sono più affascinati da un’idea che parla la lingua della gioventù di tutti i tempi, così carica di speranza, di verità e di giustizia?

Il nostro libro propone una chiave di lettura della questione e qualche risposta.

La più profonda differenza tra la cultura greca e quella giudaico-cristiana risiede nella centralità che l’una ripone nella comunità e l’altra nell’individuo.

Quest’ultimo, in luogo del dialogo con il suo simile, dialoga con la sua anima [Sant’Agostino]. Questo dialogo ascensionale ha rischiato di isolare l’uomo dalla comunità.

La contrapposizione individuo-comunità fu al centro dei lavori dei nostri costituenti i quali per coniugare le due entità, senza escluderne alcuna, valorizzarono la persona, come già era accaduto nel Codice di Camaldoli.

Costituenti come Basso, Togliatti, Moro e Dossetti, conversero sul concetto di persona per dare all’individuo – figlio dell’illuminismo – una proiezione sociale. Essi considerarono la persona l’entità culturale che coniuga le istanze dignitarie dell’uomo come elemento di una comunità indeclinabile. Il focus del valore si trasferisce quindi dal singolo alla comunità, o meglio all’uomo nella comunità. In questa soluzione c’era e c’è il migliore humus del socialismo presente e futuro. Questo humus oggi vale molto di più delle stesse lotte di classe che pure connotarono il socialismo del secolo passato.

Lelio Basso durante il XXX congresso del Psi

Questa idea, che è dentro la Costituzione repubblicana e ne costituisce il valore primario, s’è sfocata nel tempo, e con essa il socialismo. L’individuo s’è identificato con la persona e la dimensione sociale dell’uomo è stata rimossa.

Ciò ha aperto il varco al liberismo economico (che Croce distingueva dal liberalismo) che ha demolito ogni potenzialità sociale e accreditato l’idea che soltanto nella competizione tra gli uomini si realizza il merito di una società più giusta. Anche le idee riformiste se ne sono persuase e, con ciò, hanno smarrito il proprio orizzonte culturale.

La stessa distinzione tra merito e bisogno non è avulsa da tale inganno poiché in essa v’è la persuasione che non vi può essere merito al di fuori della competizione, e che il bisogno deve essere destinatario di una «riserva» avulsa dal merito.

Occorre mutare il paradigma del merito: non più competere contro l’altro ma con l’altro. Questa idea di competizione esalta le comunità e i corpi intermedi i quali si faranno carico anche del bisogno. Il paradigma solidaristico della persona esalta la societas che non prende il posto dell’uomo ma si rende strumento dell’uomo.

Benedetto Croce

Il socialismo liberale, se vuole sopravvivere a se stesso, deve dialogare con le tante sfumature del pluralismo alla ricerca di valori comuni. Il laicismo non è sinonimo di ateismo; lo spirito laico include credenti e atei, tutti richiamati dai valori comuni della persona e delle comunità, poli generatori di democrazia.

Questi valori morali e giuridici sono gli hubs dai quali diramare la raggiera ideale degli sviluppi politici. Considerare le comunità significa dare perennità alla finitezza dell’uomo il quale, nella dimensione dell’umanità, diviene riferimento costante delle scelte che guardano il presente e il futuro.

Ecco che Bruto, col suo gesto ignobile, assurge nella tragedia del drammaturgo a uomo nobile, egli credette nel valore della democrazia la quale senza societas è flatus vocis.

Ma Bruto è l’archetipo della cultura della complessità, di quella che sostituisce l’And all’Or, è l’espressione del parricidio di Parmenide.

Il socialismo liberale deve abbandonare la cultura manichea della verità duale e assumere le verità complesse come paradigma. L’uomo è un numero primo, e la comunità è il complesso delle diversità; questa è in funzione di quello. I neo-Nazionalismi sono invece la rivendicazione della semplificazione delle culture, ove l’una annulla le altre, e gli uomini sono omologati nell’unico spettro della cultura dominante.

La Comunità è il luogo ideale ove la personalità umana trova il suo libero svolgimento e sviluppo, e il socialismo liberale deve rendersi lettore e interprete di questo mutamento esistenziale. Oltre la cultura dello Stato or del mercato, per la cultura della Comunità and Stato and mercato.

Non è il tempo di pensare a nuove formazioni partitiche, questo è il tempo di rivitalizzare una cultura politica poliedrica capace di un dialogo fecondo per un pluralismo che rispetti le identità.


[1] «This was the noblest Roman of them all,

All the conspirators save only he

Did that they did in envy of great Caesar.

He only, in a general honest thought

And common good to all, made one of them.

His life was gentle, and the elements

So mixed in him that Nature might stand up

And say to all the world “This was a man!»

[2] Shakespeare, Giulio Cesare, Atto V scena V, 1599.

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