Oltre gli Stati. La sfida del socialismo è in Europa

Il capitalismo ha superato da un pezzo la dimensione nazionale, grazie alle politiche liberiste degli anni ’90, sostenute anche dalle forze progressiste. Il risultato è un mondo diseguale e perciò meno giusto. Nel mondo globalizzato i socialisti devono muoversi su più piani. Soprattutto, devono stimolare l’Ue a dare risposte unitarie e concrete

Lo svuotamento della dimensione nazionale pone le forze socialiste di fronte ad un dilemma decisivo: su quale livello agire per contrastare gli spiriti animali del mercato? È possibile re-investire la dimensione nazionale di nuovo significato? Oppure si deve invece puntare sulla dimensione europea e internazionale?

La risposta non è affatto scontata. Anche a sinistra, nel mondo socialista, crescono i fautori di una nuova via nazionale al capitalismo. Basti pensare alle ambiguità del Partito Laburista inglese sulla Brexit.

Il leader laburista Jeremy Corbyn

Ma l’ipotesi della ri-nazionalizzazione, appare naïve: l’intensità delle relazioni commerciali internazionali, le caratteristiche del sistema monetario internazionale, la frammentazione su scala globale della catena di valore impongono a tutti il confronto con un livello di intervento europeo, per non dire globale.

Ciò comporta, per il socialismo, il passaggio a una dimensione internazionale che, senza cancellare le peculiarità dei diversi sistemi nazionali tenga uniti gli ambiti nazionale, europeo e globale in una strategia di trasformazione del capitalismo.

Una delle debolezze principali delle forze progressiste degli ultimi decenni è stata l’avere ridimensionato la propria capacità di trasformazione del capitalismo.

Le audaci politiche di liberalizzazione estrema dei mercati e la finanziarizzazione dell’economia sono state sostenute negli anni novanta anche dalle forze progressiste che non hanno compreso gli effetti di lungo periodo di questi processi.

Gli ultimi decenni ci hanno infatti consegnato una economia globale in grado di fare emergere dalla povertà centinaia di milioni di persone nel mondo, soprattutto in Asia.

Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte a società più diseguali e sempre meno sostenibili dal punto di vista ambientale.

L’esplosione delle diseguaglianze è ormai il tratto distintivo della nostra economia.

Diseguaglianze di reddito visto che l’1% dei nostri cittadini capta sempre più ricchezze. Diseguaglianze territoriali che oppongono le grandi agglomerazioni urbane alle periferie post-industriali o alle regioni rurali.

Per combattere le diseguaglianze è fondamentale agire attraverso una grande opera di redistribuzione delle ricchezze in cui diventa decisiva la leva fiscale. Tassare le grandi fortune è indispensabile ma occorrono obiettivi chiari.

In un recente studio, il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato come negli ultimi anni le grandi corporations non abbiano solo diminuito la quota dei propri guadagni destinata ai lavoratori ma anche la propensione ad investire. Questo permette alle aziende di aumentare i profitti con sforzi minori. E per sconfiggere la concorrenza preferiscono assorbire i competitori piuttosto che sfidarli sul mercato.

Questa dinamica di concentrazione attorno a grandi multinazionali che spesso presentano fatturati maggiori dei bilanci di molti Stati nazionali produce ulteriori effetti negativi. Innanzitutto, le strategie di elusione fiscale che permettono a queste imprese di sfruttare i vuoti e le incongruenze nelle legislazioni nazionali per ridurre il carico fiscale.

È evidente che di fronte a questa sfida l’unica strada percorribile è europea e consiste nell’imporre una imposta comune sulle società. Altre strade sembrano improbabili e dagli esiti insicuri.

[Tratto dal capitolo I socialisti e le sfide globali, di Francesco Ronchi]

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