Democrazia e hi tech, le riflessioni di un informatico

L’analisi di Domenico Talia su “Per un socialismo liberale europeo”: la politica? Deve stimolare e gestire gli algoritmi, ma non deve farsene condizionare. La politica “social”? Che disastro…

Per un socialismo liberale europeo è un libro che guarda al futuro, ma non nasconde gli sbandamenti e anche le sconfitte del passato.

Anzi, mi pare che questo volume sia nato anche dalla necessità di fare i conti con gli errori commessi per cercare nuove vie.

Non vorrei dare una lettura politicista dei contenuti dei tanti contributi che il libro fornisce e dei mille stimoli che si trovano in ogni paragrafo.

Domenico Talia

Tuttavia, è necessario concordare sul fatto che la politica debba essere il luogo dove sintetizzare le proposte e gli avvenimenti generati negli altri ambiti della vita umana. Per svolgere questo ruolo, la politica deve sapersi conquistare il primato che le spetta, specialmente in questi tempi difficili.

Il mio sguardo sul libro è quello di chi si occupa di ricerca scientifica e di tecnologia e si è convinto da tempo del ruolo sempre più pervasivo dell’innovazione nel mondo del XXI secolo e insieme della necessità di operare per superare la separazione tra saperi (quello umanistico e quello tecnico-scientifico) per affrontare meglio l’enorme innovazione che stiamo vivendo.

La solidarietà e la giustizia, che sono temi cruciali del libro, riguardano fortemente la società digitalizzata in cui stiamo immersi. Anche il tema delle disuguaglianze che vive sottotraccia in tutto il libro, è legato al capitalismo rutilante delle Big Techs che nasce nella Silicon Valley e muta, diventando digitale ogni giorno sempre di più (ancora di più in queste settimane di isolamento sociale).

Il capitalismo ha sposato il digitale mentre la politica ha difficoltà a comprenderlo e usarlo.

Questo stato di cose interroga con urgenza la politica che vede saper essere luogo di regole e di diritti, che deve gestire l’impatto del digitale sui nuovi lavori e sui nuovi servizi, che sono messi in crisi e trasformati non sempre in senso positivo.

Nel libro è richiamato più volte il problema del modello partito del Novecento che, di fatto, è finito, ma che non ha trovato un valido sostituto per il nuovo secolo.

La copertina di “Per un socialismo liberale europeo”

La democrazia diretta favorita dai social è al momento rovinosa ed esposta ai venti delle fake news, dei bot russi e delle manipolazioni stile Cambridge Analytica. Nuovi modelli e nuove soluzioni vanno cercati. Occorre tentare di trovare nuove modalità per ragionare di politica con gli strumenti digitali.

La politica deve stimolare e condurre l’uso sociale degli algoritmi e della cosiddetta intelligenza artificiale che quotidianamente usiamo, spesso in maniera silenziosa. Non può esistere soltanto la dimensione economica dietro l’enorme sviluppo del digitale.

Esistono dimensioni sociali, etiche e democratiche che in questo momento sono marginali. È compito della politica (se ne è capace) farli diventare elementi cruciali dell’innovazione. Si può, ad esempio, pensare a un nuovo partito della sinistra del nuovo millennio senza una attenzione particolare alle forme e ai contenuti che offrono, e a volte impongono, le tecnologie digitali.

L’Apple Park nella Silicon Valley

Il contributo della professoressa Valvo discute alcuni di questi temi che richiedono nuove forme di democrazia, diritti di cittadinanza (Stefano Rodotà docet), istruzione e formazione per dare strumenti ai cittadini per gestire la modernità digitale. Per farli uscire dal vicolo cieco che prevede siano essi soltanto consumatori di app e del Web, di oggetti da manipolare per ampliare mercati e non diritti.

Credo che un socialismo liberale europeo si debba porre fondamentalmente il problema delle disuguaglianze (non soltanto quelle economiche e sociali tradizionali), ma anche le disuguaglianze di conoscenza e di innovazione.

In questo scenario una politica consapevole della potenza delle tecnologie deve agire per trasformarle da elementi di nuova discriminazione a fattori di giustizia sociale. Una società democratica deve farsi aiutare dagli algoritmi ma non farsi guidare da essi. Ad esempio, il software non può decidere il welfare di una nazione.

Un programma politico per gli anni a venire non può prescindere da tutto ciò.

Domenico Talia

*docente ordinario di Informatica presso l’Università della Calabria

Leave a Reply

Your email address will not be published.